Processo 

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Qual è il miglior processo di lavorazione? Tutti, è la risposta giusta, purché il prodotto, nel rispetto dei canoni tecnici di base, dia piacere al fumatore e, nello stesso tempo, riesca a esprimere l’identità del costruttore.

E’ inevitabile che all’inizio la scelta del processo dipenda in massima parte dalla “scuola” in cui si è cresciuti. Tuttavia, seppure oggi io preferisca forare al tornio, non è detto che lo farò per sempre. Per un artigiano, imparare cose nuove e da scuole diverse deve essere sempre un’esperienza affascinante, altrimenti si finisce per costruire solo pesciolini d’oro sempre uguali, come Aureliano Buendia in “Cent’anni di solitudine”.

Per me il processo creativo comincia su un comodo divano buttando giù disegni di forme, di particolari, o di intere pipe. Vivo questo momento come una preparazione indispensabile all’azione che ne scaturirà: mettere in moto l’immaginazione.

Quando ho raccolto un buon numero di progetti, passo a scegliere i blocchetti idonei. E’ ancora in moto l’immaginazione poiché bisogna “vedere” le venature che la pipa avrà, a mio parere una delle operazioni più difficili dell’intero processo e che distingue i grandi maestri da tutti gli altri. Ho visto alcuni farsi ispirare dalla forma della radica e dalle sue fiammature per progettare una pipa: questa prende forma dal blocco riducendo al minimo gli sprechi di materiale. Avere questa capacità è un dono o un’abilità che si acquisisce in molti anni di lavoro, in ogni caso mette in luce il grande rispetto che un pipemaker deve avere per la radica.

Una volta scelti i blocchi per ogni progetto, preferisco forarli al tornio, modellarli al disco abrasivo e rifinire a mano con l’aiuto di lime, carte abrasive e levigatrice a nastro.

Trovo utilissimo lavorare a più pipe contemporaneamente, un prezioso consiglio datomi da Mimmo Romeo poco dopo averlo conosciuto. In effetti, lavorare a una sola pipa alla volta non consente di essere sufficientemente distaccati dal progetto per vederlo “dal di fuori” e induce una certa ossessività. La ricerca della qualità richiede di imparare a usare bene l’energia ossessiva tipica di ogni artigiano: nell’ossessività, “buono” e “un po’ meno che buono” diventano indistinguibili. Così, passare da una pipa all’altra diventa un modo per gestire quest’energia, distaccarsi e individuare con più chiarezza la possibile evoluzione del progetto originale, quasi mai definitivo come si pensava all’inizio.

Per ogni pipa costruisco il bocchino a mano. Raramente coloro, ma gradisco usare l’olio danese per aumentare il contrasto. Dopo la foratura e la definizione della spinetta su tornio, lavoro la forma con lime grosse e dremel, per poi passare alla rifinitura con grane medie e fini, limette e paste abrasive.

Poi, finalmente, l’agognato momento: il passaggio ai dischi in cotone per la lucidatura e la ceratura. La pipa acquisisce luce, le venature si esaltano e ci si chiede come si sia potuto costruire un oggetto così bello a partire da un semplice blocco di legno.

Un ultimo sguardo, quasi mai del tutto soddisfatto, perché la creatività non contempla questa emozione, e la pipa finisce nel suo sacchetto, pronta a essere offerta a chiunque vorrà fumarla.

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