Sauropipe 

L’accademia della Pipa – 2020

5 Ottobre 2021 | in: Eventi, Pipemakers

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Il 24 novembre del 2020, anno che rimarrà nella storia per l’esplosione della pandemia da Covid-19 in tutto il mondo, nasce, su Zoom (sic!) l’Accademia della Pipa.

Non inganni la denominazione altisonante: non si tratta di un consesso di tronfi conoscitori di tabacchi, fumatori di pipe Dunhill e Peterson, che chiacchierano on line di quanto sono bravi, tutt’altro, si tratta di artigiani, di quelli che le pipe le fanno con le loro mani e le portano in giro per il mondo.

L’idea nacque dal poliedrico Mimmo Romeo, ma era già in nuce nella testa di Gabriele Dal Fiume da molti anni: creare uno spazio dove gli artigiani anziani, con esperienza nella tecnica costruttiva dell’high grade e diverse fiere internazionali alle spalle, potessero seguire giovani promettenti prima che si perdessero nel labirinto illusorio dei social. Per fare questo bisognava costruire una struttura con i canoni della “scuola” ma che non fosse costretta dentro i paletti delle organizzazioni burocratizzate. Ma soprattutto bisognava mettere al primo posto l’etica dell’artigiano, fare le cose per il piacere di farle bene e trasmettere gratuitamente il proprio sapere a chi avesse dimostrato di meritarlo.

Abbiamo iniziato con quelli che erano già nostri allievi ma, nel giro di poco tempo, a loro si sono uniti un buon numero di facce nuove.

Ad oggi (Ottobre del 2021), l’Accademia conta 4 mastri fondatori, 15 allievi fondatori e un mastro aggiunto, il grande Eder Mathias.

Tra il 20 gennaio e il 23 giugno del 2021 si sono tenuti 12 incontri tecnici via Zoom e  sono stati prodotti oltre 30 documenti tecnici pubblicati nella nostra pagina chiusa di Facebook. L’Accademia ha siglato un rapporto di partnership con il Pipa Club Italia per la promozione dei giovani promettenti.

Prima di dare spazio alla nostra Carta dei Valori, voglio dire alcune cose per noi molto importanti:

l’Accademia accoglie solo apprendisti che abbiano già un minimo di strumentazione e si siano già cimentati nel costruire qualche pipa. 

L’Accademia non tiene corsi a pagamento per neofiti che non abbiano le caratteristiche minime sopra descritte.

E’ sempre compito dei mastri giudicare se un’apprendista abbia in nuce le caratteristiche per entrare in Accademia.

L’Accademia non ha obiettivi utopistici, non vogliamo cambiare il mondo della pipa italiana, né vogliamo introdurre un nuovo manifesto per la promozione commerciale dei nostri mastri e allievi.

Che ci si creda o no, l’Accademia vuole solo esprimere un gesto d’amore gratuito verso l’oggetto del nostro lavoro: la pipa.

Di Terra, Aria e Fuoco: la Siciliana

5 Ottobre 2021 | in: Eventi, Pipemakers, Storie di pipe

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L’idea di mettere insieme questi tre elementi per costruire una pipa dalla forte identità siciliana, venne fuori davanti a un bicchiere di vino. Da tempo Carlo Riggio, famoso tabaccaio di Palermo, pensava a una pipa tutta sua che potesse diventare il simbolo del centenario della sua tabaccheria e, contemporaneamente, esprimesse i suoi sentimenti nei confronti della pipa e dell’isola in cui è nato.

Tra un sorso e l’altro di nero d’avola, mi chiese se mi sentissi di tradurre l’idea in un progetto. Sarà un piacere per me– gli risposi, e così parti l’avventura.

Per mesi, a ogni progetto seguiva un prototipo realizzato nel mio laboratorio, il collaudo di Carlo, suggerimenti di nuove modifiche da apportare, un nuovo prototipo e un nuovo collaudo.

Le prime realizzazioni in serie misero in luce altre difficoltà: una pipa seriale dev’essere facilmente riproducibile e il mio disegno era piuttosto complesso. Il problema era semplificare la costruzione senza svilire il disegno originale.

Furono mesi di travaglio, in cui però non abbiamo mai smesso di mettere davanti a tutto il piacere del fare.

Oggi, a distanza di molto tempo, possiamo finalmente dire che ci siamo riusciti.

Nella pipa c’è la TERRA, la radica di erica, da sempre il materiale per eccellenza nella costruzione di pipe; c’è il FUOCO della terracotta e della ceramica, uno dei più antichi modi di fumare la pipa; ma c’è anche l’ARIA, attraverso un sistema moderno di foratura, la doppia calabash, e la possibilità di inserire un filtro da 9 mm che rende il fumo fresco e asciutto a ogni fumata.

Ma non basta, c’è il COLORE della ceramica Siciliana, proveniente dai laboratori della ditta Artigiana del Maestro De Simone e che propone i più antichi e tradizionali disegni e colorazioni, ai quali presto si aggiungerà una serie limitata di fornelli decorati con l’inimitabile stile della ditta.

Oggi La Siciliana è disponibile in diversi tipi di colori e finissaggi e con fornelli in radica di erica, terracotta e ceramica. Le combinazioni possibili sono quindi innumerevoli.

Ogni pipa viene venduta con un corredo di fornelli dei tre diversi materiali, ed è possibile acquistarla presso la tabaccheria Riggio, anche on-line.

Intertabac Dortmund 2019 “Pipemakers H5D30”

5 Ottobre 2021 | in: Eventi, Pipemakers

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Le edizioni 2020 e 2021 della fiera internazionale “Intertabac” di Dortmund sono state annullate per via della pandemia da Covid-19.

Pur essendo stata annunciata l’edizione 2022, nessuno ancora sa se sarà davvero possibile.

Negli anni, attorno alla figura di Antoine Grenard, boss della Chacom, si era formato uno stand di tipo “cooperativo” di cui ho già descritto la nascita nell’articolo Inter-Tabac: il capitalismo del tabacco e il “corridoio 7.06”

Nell’ultima edizione del 2019 mi ero offerto di scrivere e far stampare una brochure promozionale dello stand di cui anch’io facevo parte. Chiamammo il gruppo e l’iniziativa, una vera rarità nel mondo della pipa, H5D30. Il gruppo, partito diversi anni prima dallo spirito avventuroso di Mimmo Romeo e Gabriele Dal Fiume, divenne una bellissima commistione di pipemakers di origini diverse che cercavano di costruire un’identità condivisa attorno alla pipa artigianale di qualità e high grade, nel tempo arricchitasi anche dalla presenza di buon tabacco e da liquori d’eccellenza.

Parteciparono allo stand ben sette nazioni: Germania, Austria, Repubblica Ceca, Polonia, Francia, Danimarca, e Italia.

Chiesi persino all’amico Brighton De Los Santos, californiano che ora vive in Australia, di disegnare per noi la copertina della brochure. Un vero capolavoro:

Oggi, un po’ per nostalgia, un po’ per orgoglio, voglio farvi conoscere la brochure che stampammo attraverso una videoclip uscita all’epoca.

Il mio adorabile amico polacco

3 Ottobre 2021 | in: Pipemakers

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Sono certo cha alla maggior parte di voi, a meno che non siate polacchi, il nome Zbigniew Bednarczyk non vi dica niente. Ma se dico Mr Brog, o Zibi per gli amici, vi verrà subito in mente un bell’uomo con i baffi a manubrio, una bombetta in testa e un kilt al posto dei pantaloni.

La “Pracownia Fajek” di Mr Brog è forse la fabbrica di pipe più importante di tutto l’est europa.

Come è possibile leggere sul suo sito, la compagnia nasce nel 1947 quando il maestro Wiktor Winiarski e Zbigniew Winiarski ebbero l’idea di avviare una fabbrica di pipe chiamata “accessori in legno e prodotti in plastica BESKID”. Tra il 1992 e il 1995 la fabbrica diventa la Mr Brog, con oltre 2 milioni di pipe vendute finora in tutto il mondo.

Oltre le classiche pipe in radica di erica, la Mr Brog produce anche pipe in acacia, ciliegio, pero, quercia, morta e palissandro, cosa più unica che rara.

Zibi è anche conosciuto per la festa della pipa che organizza ogni anno nella sua città, Przemysl, una bellissima cittadina a pochi chilometri dal confine con l’Ucraina, e per mille altre attività che nessun altro riuscirebbe a condurre con sole 24 ore al giorno di tempo a disposizione.

 Ho conosciuto Zibi diversi anni fa alla fiera di Dortmund. Da allora, ogni anno ci siamo incontrati lì fino a che, a febbraio del 2020, Zibi ha voluto farmi un gran regalo: è venuto a festeggiare il suo compleanno a Palermo, insieme alla sua meravigliosa moglie Anna.

Eccovi alcune foto del fantastico incontro.

Gabriele Dal Fiume: con un cacciavite in mano, fa miracoli

3 Ottobre 2021 | in: Pipemakers

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Gabriele è quello che si dice un artigiano a 360 gradi. Se hai bisogno di un consiglio tecnico, non c’è nessuno che possa darti maggiori informazioni di lui, passando dall’elettrotecnica alla falegnameria, dalla meccanica all’incisione laser, sempre con padronanza dell’argomento e generosità di particolari.

Perché la natura gli ha dato in abbondanza una delle caratteristiche del buon artigiano: fare le cose per il piacere di farle bene.

Gabriele mi aveva invitato a imparare la foratura della pipa a mano libera già diversi anni fa, ed io avevo sempre declinato l’invito. 

Devo ammettere che la mia era solo pigrizia. Perché impiegare tempo ad imparare una nuova tecnica, con tutto l’armamento di utensili nuovi che si porta appresso, quando sei già padrone di una tecnica che funziona?

Poi, un giorno mi sono deciso, dietro la spinta di Manù che, invece, aveva tanta voglia di imparare a forare a mano. Ma ci pensi alla libertà di azione che può dare questa tecnica?– mi diceva al telefono – niente può limitare la tua immaginazione perché la foratura è la fase finale. Aveva ragione ed io lo sapevo.

Così, un giorno d’inverno del 2019 mi sono ritrovato a bussare a casa del mio amico Gabriele a Monteveglio, una località della Valsamoggia a pochi chilometri da Bologna.

Staremo insieme qualche giorno, io, Manù, Massimo Damini e la famiglia Dal Fiume: Petra, Sofia e Gabriele. Di giorno in laboratorio, prima a seguire le mani sapienti di Gabriele forare a mano una pipa, poi a provare noi la tecnica appena imparata. La sera in giro per le trattorie locali a godere delle meraviglie culinarie locali. Perché, per chi non lo sapesse, Gabriele è anche un ottimo cuoco e un palato sopraffino.

Dopo quest’esperienza consiglio a tutti di non fermarsi alla foratura al tornio o al trapano a colonna. La foratura a mano è un arma in più e bisogna saperla usare.

Attenti però a diventare un fan sfegatato dell’una o dell’altra tecnica, basta solo prendete coscienza che conoscerle entrambe è indispensabile per essere un pipemaker completo.

Il sogno segreto del Signor Maigret

3 Ottobre 2021 | in: Eventi

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Kristina Borinskaya è una bella e giovane donna che un vento benevolo ha portato dalla Moldavia alla Sicilia pochi anni fa. Oggi è la sposa del mio amico Alessandro, il grafico pubblicitario che ha curato ogni iniziativa promozionale che la mia mente ha prodotto, svariando dalle pipe Sauro, all’invasione del Rhyncophorus ferrugineussulle palme di Palermo.

Seppure passionale, Kristina non ama parlare. Preferisce esprimersi attraverso il gesto artistico, in questo momento la fotografia, ma chissà cosa le riserva il futuro. Perché Kristina da l’impressione di un vulcano pronto ad esplodere da un momento all’altro, senza alcun preavviso. La vedi seduta silenziosamente, gli occhi sfuggenti ma attenti, ascoltare gli altri che parlano come se non fosse interessata all’argomento. In realtà assorbe tutto, è assolutamente presente, ma non le va di dire niente. Probabilmente quello che ha pensato ascoltando gli altri lo metterà dentro uno scatto fotografico.

Un giorno le ho chiesto se le andasse di fotografare le mie pipe. Volevo che mettesse in risalto le linee delle mie pipe in relazione ad altre linee, di altro materiale. Si prese del tempo per pensarci e poi venne a casa mia a farmi vedere i primi risultati.

Inutile dire che fui entusiasta. Così lei scattò altre foto che presento in questo articolo.

Ecco a voi “il sogno segreto del signor Maigret”, foto di Kristina Borinskaya, la mia amica.

UN DONO DALLA PATAGONIA

17 Febbraio 2020 | in: Storie di pipe

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Un tiepido pomeriggio di giugno dell’anno passato (2019), ricevetti una strana telefonata da una signora con un forte accento napoletano. La signora ospitava nel suo B&B due argentini che avrebbero voluto visitare il mio laboratorio. I due non riuscivano a contattarmi via Whatsapp e chiesero alla signora se potessi farlo io. Mi diede il numero telefonico e li contattai.

Si trattava di Hector e Mariano Monsalve, padre e figlio, in vacanza in Sicilia dalla lontana Ushuaia, all’estremo sud della Patagonia. Ero stato a Ushuaia diversi anni prima, e l’idea che qualcuno che viveva lì volesse parlare di pipe proprio con me che vivevo dall’altra parte del mondo, mi sembrò talmente inverosimile da sembrare addirittura divertente.

Qualche giorno dopo, Hector e Mariano arrivarono a Palermo in un pomeriggio per loro bollente (27°C). A casa loro era pieno inverno e non c’erano più di 5°C. Hector aveva un bel paio di baffi e un fisico atletico, nonostante avesse passato da un bel po’ i 60 anni, suo figlio Mariano un ragazzone molto socievole e pronto allo scherzo. Hector è un appassionato di pipe e, dato che in Patagonia non c’è l’erica e le spedizioni sono molto costose, costruisce le sue con il legno di un arbusto cileno a cui non siamo riusciti a dare la denominazione botanica. Come sempre faccio quando qualcuno vuole imparare i rudimenti della costruzione di una pipa, comincio a costruirne una, partendo dalla radica fino al bocchino. Naturalmente non la finisco, perché mi piace che questo compito sia lasciato a chi ha, fino ad allora, solo guardato.

Io ed Hector nel mio laboratorio

Fin qui, a parte la provenienza dei due, nulla di strano. Fu quando cominciammo a parlare delle nostre vite che venne fuori il tesoro che si portavano dietro. A cena, davanti a dei calamari fritti, Hector mi raccontò la sua vita ed io ne rimasi affascinato.

Hector è stato un subacqueo professionista, fotografo, pescatore e… guida di Jacques Costeau. Oggi gestisce un’impresa familiare a Ushuaia che fa turismo marino d’avventura. D’un tratto, la sua figura ieratica, bonaria, acquistò un senso. Ecco cosa m’intrigava di lui, avevo colto che non si trattava di una persona qualunque ma di uomo d’altri tempi, un uomo con un bagaglio d’esperienza e saggezza fuori dal comune. Adesso ero io avido di conoscere il più possibile della sua vita, e lui non si negò. Ma preferisco che sia lui a parlare di se stesso traducendo parti di una sua intervista.

(…) Ci tengo a dire che non sono diventato un sub per via di Cousteau. Piuttosto, il mio entusiasmo è nato con uno spettacolo televisivo che, nel 1958/59, Canale 7 trasmetteva a Buenos Aires: “Caza submarina”, chiamato anche “El investigador submarino”, in cui recitava l’attore americano Lloyd Bridges. Alcuni pomeriggi, al momento del latte dopo la scuola, guardavamo quel programma sulla vecchia TV che gentilmente ci aveva ceduto mia nonna Casilda. Casa nostra era uno all’angolo di Calle Alsina Catamarca, in pieno quartiere di Once. Ma non c’era solo Lloyd Bridge, con alcuni amici del quartiere ci riunivamo per seguire le avventure di Mike Nelson, un subacqueo assolutamente eroico che faceva volare la nostra immaginazione. La biblioteca del mio vecchio, poi, esaltava la mia immaginazione. Il “Tesoro de la juventud” e i suoi insegnamenti, e soprattutto una delle fantastiche illustrazioni, qualcosa del tipo: “Mamiferos de Sudamerica”, e quel particolare libro con alcuni dipinti di balene e delfini che nuotano nelle fredde acque del sud. Durante i fine settimana frequentavo la piscina di “Zio Paco”, un grande zio, mondo di pinne, boccagli e maschere “Plaf”, cercando di emulare i polmoni e i movimenti sottomarini dei nostri eroi … immaginando di essere sotto il mare. Le cicatrici delle piaghe che quelle benedette pinne mi hanno lasciato ai piedi !!!!!! Dire che ho quasi dormito con loro non è per niente esagerato. Passarono gli anni, stavo crescendo e posso dire che a quel punto ero già piuttosto bravo, grazie alle mie ore in piscina di “Zio Paco”, nell’uso dell’attrezzatura, anche perché non era più di marca “Plaf”, né così semplice. Adesso avevo una maschera con boccaglio e pinne “Mares”, portati dall’Europa, per noi un vero lusso. Diversi anni dopo, era il 1965 ed ero al secondo anno del liceo Schule cangallo, nella classe di geografia la professoressa Conte ci diede i compiti per la fine settimana: leggere alcuni capitoli del libro: “El mar viviente”, il secondo che Jacques Cousteau aveva scritto. Se per i miei compagni fu un compito arduo, per me, il risultato fu più che ovvio: non solo lessi tutto il libro, ma continuai poi con il primo che Costeau aveva pubblicato: “El mundo del silenzio”.

Lo stesso anno, il caro amico e compagno di scuola Horacio Berisso aveva già iniziato a insegnarmi alcuni rudimenti sulle riprese fotografiche e tecniche in camera oscura. Suo padre, il dottor Horacio Berisso, biochimico di professione, era un notevole fotografo e ricercatore, che già dal 1910 era stato un pioniere della fotografia in Argentina. Fu lui a trasmettermi la passione per quest’attività. Ancora adesso, ogni volta che scendo sott’acqua per scattare foto, Horacio, scomparso troppo presto, e suo padre, sono sempre con me, ovunque si trovino. Nei miei ricordi di allora mi vedo come un adolescente carino, camminando sulla via Viamonte, andando da “Subacuo” di Enrique Alvarez, un vecchio negozio che vendeva attrezzature per immersioni, alcuni vecchi erogatori, bombole realizzate da estintori adattati, arpioni… Ma c’era qualcosa lì che mi rapì: una custodia impermeabile per fotocamera. Forma grossolana, quadrata, ovviamente fatta in casa, realizzata in plexiglass, conteneva una fotocamera di formato 6 X 6 e due obiettivi, come una Rolleiflex. Credo fosse una Zenit. In quegli anni in Argentina le immersioni erano praticate da pochissimi dilettanti, oppure da palombari e militari. Per questo, non fu facile trovare un istruttore. In una delle mie visite periodiche al “Subacuo”, cercando di intrufolarmi nel mondo delle immersioni, venni a sapere del CUBA (Club Universitario Buenos Aires) che teneva corsi di immersione. Era uno dei club pionieri di immersioni nel paese che faceva parte dell’ASES (Agrupación Subatlántica de Expediciones Submarinas). Ricordo di aver ritirato una domanda di registrazione al quartier generale di ASES, credo fosse in via Lavalle. Scoprii con orrore che ero troppo giovane e avrei avuto bisogno dell’autorizzazione di mio padre. Spaventato, ne parlai con lui, ma non ci fu niente da fare. La sua laconica risposta mi trafigge ancora la testa: “quella è una professione per pazzi e ubriachi!”… Nel tempo ho imparato che non aveva tutti i torti, in fondo mio padre era un visionario! In realtà, all’epoca non avevo intenzione di farne un lavoro, ma posso assicurare che mio padre nelle sue decisioni era implacabile.

Comunque, nel frattempo la mia attrezzatura si era evoluta con una maschera “Pinocchio” e delle pinne Rondine della Cressi, portate dall’Italia, e mi esercitavo con immersioni in piscina e in apnea. Poi, nel Febbraio 1970 mio padre mi propose di andare a far visita ai miei zii a Valencia, in Venezuela, dove si erano stabiliti per alcuni anni. Accettai subito! Sapevo che il caro zio Leo aveva una barca e non potevo perdermi l’occasione di conoscere i Caraibi !!!

Ci sono andato, con pinne, maschera e snorkel. Non potevo immaginare che quel viaggio mi avrebbe cambiato la vita… Abbiamo trascorso alcuni giorni di vacanza a casa di Alfredo Domingo e della sua famiglia, amici dei miei zii, sull’isola di Cayo Sal, vicino a Morrocoy, nello stato del Falco. Ricordo la mia felicità nel passare intere giornate facendo snorkeling nei dintorni del Cayo, la trasparenza delle acque era incredibile e gli stili di vita molto curiosi e vari. Uno di quei pomeriggi oziosi, dopo pranzo, mentre camminavo nei dintorni ho scoperto in una piccola rimessa due erogatori appesi a una parete, alcune bombole per immersioni con imbracature a nastro e un piccolo compressore di carico. Il figlio del proprietario della casa mi vide curiosare e si avvicinò. Gli chiesi se quelle “cose” funzionavano. Mi rispose che erano di suo padre, di quando faceva immersioni. Gli chiesi se suo padre potesse farmi immergere con lui: “Certo, gli piacerà farlo!” mi rispose. Lo stesso pomeriggio caricammo d’aria un paio di bombole. Ero euforico e impaziente, negli anni della mia piscina avevo provato a respirare sott’acqua usando lunghi tubi, soffietti per forgia, gonfiatori e persino con sacchi d’aria. Dopo quel memorabile battesimo mi sono associato al CASBA (Centro de Actividades Subacuáticas Buenos Aires), e ho continuato la mia formazione con corsi e viaggi in Patagonia.

(…) Nell’ottobre 1974, con alcuni dei miei amici del CASBA e con persone provenienti da ASES, andai a Puerto Madryn per affrontare l’esame teorico-pratico. Fu il grande “PINO” Nicoletti a officiare come capo della Commissione esaminatrice e che firmò, con mio grande orgoglio, il mio nuovissimo titolo di Istruttore nazionale d’immersioni subacquee. Qualche anno dopo mi sposai e diventai un subacqueo professionista.

Pesca delle cozze a Ushuaia

Vissi per un po’ in Venezuela, ma nel 1976 mi trasferii a Ushuaia. Ho fatto di questo il mio modo di vivere e della foto subacquea la mia passione. Leon Gieco ha scritto: “La vita è composta da cerchi aperti che, ad un certo momento, si chiudono e si completano”. Uno dei miei cerchi si è aperto quando l’insegnante di geografia ci ha fatto leggere “Il Living Sea” di Cousteau, e si è chiuso quasi completamente quando a dicembre del 1985 sono stato guida subacquea di Jacques Cousteau sulla sua allora nuova nave “Alcyone”, nel Canale Beagle. Erano passati 20 anni da quella lettura che mi aveva “illuminato”. E quando ho incontrato il “vecchio” Costeau avrei dovuto rimproverarlo, perché non ha voluto farsi fotografare con me. Non sapevo che fosse ciò che Cousteau odiava di più… Avrei voluto mostrarla ai miei nipoti, ecco perché quel cerchio non si è chiuso del tutto. Ma altri “cerchi” si apriranno e tanti altri sono da chiudere, se il “barbuto” lassù vorrà.

Hector sull’Alcyone di J. Costeau – 1985

Dal 1976 Hector ha lavorato per 15 anni come pescatore di cozze e granchi nel Canal Beagle, scoprendo così una grande varietà di fondali che lo ha portato a raccogliere informazioni e studiare la fauna locale. La sua innata curiosità, insieme alla conoscenza di amici biologi e naturalisti lo hanno portato a diventare un fotografo subacqueo professionista di successo. Ha collaborato come guida subacquea con diversi canali televisivi internazionali (NDR, ZDF, Von Reisen, TV Tokyo, TVF e M6, Natural History museum, National Geographic e Discovery channel). Premiato nel 1995 dall’INCAA (Istituto nazionale di cinema e arte visuale Argentina) per la produzione del video documentario “Nuestra Argentina submarina”, diffuso dalla TV educativa iberoamericana. Nel 2008, assieme al biologo Pablo Enrique Penchaszadeh, ha pubblicato il primo libro di fotografia subacquea scientifica dell’Argentina: “Patagonia Submarina”.

Hector ha scoperto i resti della nave Monte Cervantes, un’imbarcazione di 160 metri che faceva la rotta Buenos Aires – Puerto Madryn (Chubut) – Punta Arenas (Chile) –  Ushuaia – Buenos Aires, battente bandiera tedesca, scomparsa nel 1930 con a bordo 1200 passeggeri. Allo stesso modo, ha ritrovato alla profondità di 30 metri i resti dell’aereo  “pájaro naranja”, un aereo del governo fueguino che nel 1984 ebbe un incidente mentre trasportava il governatore Ramón Alberto, sua moglie e 10 collaboratori. Le sue produzioni sono utilizzate dagli educatori di tutto il paese e come materiali di divulgazione scientifica.

Oggi potete trovare Hector e Mariano a Ushuaia, dove possiede una microimpresa familiare dedicata al “turismo di avventura” che si è data il nome di “Tres Marías”, da una barca di 9 metri che è stata pioniera a Ushuaia, 21 anni fa. La Tres Marias naviga ancora, ma a lei si sono aggiunte la barca a vela “If”, una bellissima barca di costruzione francese di 14 metri, e il lussuoso yacht “SeaGold” di 13,8 metri. (https://www.tresmariasweb.com).

Non posso concludere questo omaggio a un uomo straordinario senza mostrare il motivo della sua visita al mio laboratorio. Hector ha finito la nostra pipa a Ushuaia e, obiettivamente, bisogna dire che il risultato è davvero modesto. Ma questo è uno di quei casi in cui non importa il risultato ma la strada che si è fatta per raggiungerlo.

Grazie Hector, grazie Mariano. Ci vediamo a Ushuaia.

ELOGIO ALLA CORTECCIA SOMATOSENSORIALE

8 Febbraio 2020 | in: Libri

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Qualche tempo fa, ho avuto l’occasione di leggere un articolo sui risultati di una ricerca internazionale dal titolo Somatosensory cortex efficiently processes touch located beyond the body.

Pubblicato su un’autorevole rivista di settore, il Current Biology, la ricerca ha combinato studi su comportamento, l’elettrofisiologia e la modellistica neuronale per capire come faccia il cervello a trattare un’utensile come un “organo sensoriale esteso”.

Nella ricerca, alcuni volontari bendati hanno stretto tra le mani un bastone che veniva sottoposto a impatti esterni, e tutti i partecipanti sono riusciti a localizzare l’impatto con una precisione quasi perfetta, come se il tocco avvenisse direttamente sul braccio. Questo comportamento è dovuto all’abilità del sistema somatosensoriale di utilizzare rapidamente ed efficacemente lo strumento come estensione tattile del corpo. Inoltre, usando l’elettroencefalografia (EEG), i ricercatori hanno scoperto che la posizione dell’impatto sullo strumento viene decodificata attraverso la dinamica neurale della corteccia somatosensoriale primaria e dalle regioni parietali posteriori. Le stesse che si attivano quando il contatto avviene direttamente sul corpo.

La ricerca dimostra che gli utensili, attraverso il sistema somatosensoriale, espandono i confini del nostro corpo a livello neurale. Piuttosto che fermarsi sulla pelle, l’elaborazione somatosensoriale estende il contatto all’utensile che usiamo.

Ciò consente di utilizzare un utensile come un organo di senso esteso non neurale, che può efficacemente sondare l’ambiente circostante come se si trattasse di un arto.

La peculiarità di usare utensili come strumenti per estendere le capacità del corpo, ha rappresentato un passo fondamentale nell’evoluzione dell’umanità. Seppure oggi si conoscono diversi animali in grado di usare utensili, nessun di essi ha raggiunto il livello di perfezione umana nell’espletare questa capacità.

Ma adesso abbiamo una prova scientifica di quello che sapevamo già empiricamente: gli utensili che usiamo diventano un’estensione particolarmente precisa delle nostre mani.

Noi che costruiamo pipe, così come tutti gli artigiani e artisti che hanno a che fare con oggetti di dimensioni contenute, sappiamo benissimo cosa significhi. La lima, il coltello, il nastro abrasivo che scorre sul nostro dito, l’intensità e la direzione del contatto tra la radica e il platorello, persino l’utensile sul tornio che usiamo per forare, non le viviamo come barriere tra le nostre mani e l’oggetto che stiamo modellando, al contrario, danno alle nostre dita funzionalità eccezionali senza perdita di sensibilità.

Tuttavia, una precisazione va fatta, anche questa patrimonio empirico di ogni buon artigiano: utensili con le stesse funzioni danno prestazioni notevolmente differenti.

Ogni siciliano conosce il detto popolare “il maestro lo fanno i ferri”, dove per ferri si intendono gli attrezzi. Così, se possiamo, cerchiamo di accaparrarci un vecchio tornio svizzero piuttosto che un luccicante tornio nuovo, al 90 % di sicura fabbricazione cinese nonostante il nome europeo. E questo principio vale per ogni altro utensile. Non si risparmia sugli utensili, essi rappresentano un investimento indispensabile a garanzia della qualità finale delle nostre produzioni.

Che si usi un utensile o no, al contatto con una superficie si attivano le stesse arre del cervello

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