Come celebrare la storia di una famiglia di tabaccai che sembra una favola? Con un articolo di Teresa Di Fresco, giornalista dalla scrittura antica, che nel settembre del 2011 ha scritto un bellissimo pezzo pubblicato da un giornale californiano – L’italo-americano – sulla tabaccheria di Carlo Riggio. Eccovela.

 tabaccheria riggio copiaChissà se Donna Franca Jacona della Motta dei baroni di San Giuliano, la “Stella d’Italia” come la soprannominò il Kaiser Guglielmo II e – per non essere da meno – Gabriele D’Annunzio suo più che garbato estimatore “l’Unica”, si è mai accorta passandovi davanti con la sua “Victoria”, sua personale carrozza a quattro cavalli, prima di raggiungere il villino Florio poco più avanti, sua dimora, di una antica insegna che senza alcun ammiccamento ma con la sola dicitura “tabaccheria” invitava appassionati del fumo ad entrare per gustare le meraviglie sotto forma di tabacco aromatico che il Cav. Giuseppe Riggio preparava per i suoi affezionati clienti.

Ci piace immaginare che donna Franca “sniffasse” tabacco – secondo la moda del tempo – o, tutt’al più, si lasciasse ritrarre con un lungo ed elegante bocchino tra le dita della mano come siciliana Greta Garbo, intrigando ancor di più – se mai fosse stato possibile, tutti gli ammiratori della sua nobile e casta bellezza e signorilità.

Ci viene anche facile pensare suo marito salottiero e incline al tradimento, l’imprenditore Ignazio Florio jr., con un corto bocchino tra le labbra o un sigaro o ancora una sigaretta, per non essere da meno anche lui nei confronti di tutti coloro che tra i vari piaceri, e lui ne frequentava parecchi, non disdegnavano quello di vedere colorare di grigio i loro pensieri e i loro sogni proiettati su un immaginario scenario fatto di volute e di voluttuosi anelli di fumo.

Tutta una letteratura ci ha sempre mostrato artisti, romanzieri, davanti a una macchina da scrivere, avvolti da spire fumanti, come se le loro stesse idee non potessero essere generate se non attraverso un soffio pregno di nicotina. Leonardo Sciascia è un’icona emblematica di scrittore-fumatore e lo stesso si può dire di Andrea Camilleri. Insomma, il fumo, un vizio quasi inscindibile dalla creazione.

Ma c’è di più. La tabaccheria in questione si trova dal 1870 (il sigillo reale trovato in una vecchia foto e ricerche approfondite lo testimoniano) in via Dante al civico 82 a Palermo ed è certamente una delle più antiche testimonianze di un’Italia che ha appena compiuto 150 anni dalla sua unificazione e Antonino Matranga, primo possessore dell’esercizio commerciale ne fu certamente un testimone.

Oggi la storia del negozio è legata a quella della famiglia Riggio che lo possiede ormai da ben tre generazioni. L’attuale proprietario, Carlo, ci ha raccontato il passaggio delle generazioni che hanno visto mantenere saldo, comunque, un solido e antico principio: il rapporto umano con il cliente. Ci ha narrato la storia fin da quando il nonno Giulio, proprietario di una tabaccheria a Butera in provincia di Caltanissetta, decise di trasferirsi a Palermo e acquistare il negozio di via Dante, larga, elegante e centrale strada del capoluogo, di proprietà di Antonino Matranga inserita in seguito, lungo il percorso del Firriato Villafranca, in cui si svolse l’expo del 1891-92 che vide protagonista la capitale della Sicilia.

Era il 1918 e appena insediatosi, il nonno dovette partire per la guerra, la grande guerra, la prima guerra mondiale, lasciando il negozio in mano alla nonna. Ma tant’è. Terminata la guerra e tornato Giulio, la famiglia si allarga e nascono tre figli: Enrico, Giuseppe e Rocco. La seconda guerra mondiale vede i fratelli al fronte; Enrico ufficiale dell’esercito viene fatto prigioniero in Africa e poi in India, Giuseppe sott’ufficiale cadetto dell’aviazione finisce per quattro anni nei campi di lavoro in Germania mentre Rocco dopo alcuni anni di dura prigionia in Albania muore poco dopo il suo rientro in Italia. Quando termina anche questo secondo conflitto mondiale, la famiglia si ritrova ancora unita con Giulio e la moglie che intanto hanno pensato a mantenere gli affari, ed i figli Giuseppe ed Enrico che continueranno insieme l’attività. La famiglia si moltiplica, Giuseppe si sposa e nascono due figli: Carlo, attuale proprietario, si dedica alla tabaccheria, il fratello prende un’altra strada decidendo di vivere all’estero. Oggi Carlo è padre di quattro figli a uno dei quali ha imposto il nome di Giulio: la tradizione va rispettata e il nonno va ricordato. Sono già alla terza generazione e c’è dunque speranza per una quarta.

Per le sue radici così antiche, la storia della famiglia è strettamente legata a quella del tabacco che fu importato dalle Americhe, a seguito della loro scoperta, in Europa nel 1518 circa. Carlo V imperatore di Spagna, fece piantare i semi che gli furono donati e iniziarono così le coltivazioni. La Chiesa nel corso dei secoli si schierò ora a favore ora contro questa pianta, a volte esaltandola, altre demonizzandola minacciando scomuniche in caso di disobbedienza. Le furono attribuite virtù medicamentose e in Italia fu importata dal Cardinale Prospero Santa Croce nel 1565 e il suo uso iniziale fu quello della “presa di tabacco”, la “pizzicata”, a cui nessuno si sottrasse, nobili o plebei, uomini o donne o ecclesiastici che fossero.

Fu in quel periodo che sorsero le prime tabaccherie e, secondo testimonianze dell’epoca, ve ne erano in numero superiore rispetto ai forni e alle bettole. Poiché il commercio era un consistente affare finanziario, iniziarono i vincoli per la sua coltivazione. La Repubblica veneziana fu la prima a introdurre restrizioni fiscali seguita a ruota da Mantova, Lombardia, Napoli e Palermo. Allora l’Italia non era unita e non si poteva parlare di Monopoli di Stato. Anche la Chiesa prese posizione e dopo teorie contrastanti legate ai singoli papi, nel 1757 con Benedetto XIV, venne abolito l’appalto dei tabacchi, ritenuto non idoneo al governo dei Papi.

Quando Giulio Riggio divenne il fortunato proprietario della tabaccheria di Via Dante, non soltanto tabacco poteva essere venduto nel negozio, anzi era obbligatorio, per esempio, vendere il chinino di stato e fuori dalla Sicilia anche il sale (in Sicilia, produttrice di salgemma, non ve ne era il monopolio e non si vendeva nelle tabaccherie). Si vendevano cordami, spezie, oggetti per la rasatura, dopobarba e altri prodotti strettamente maschili perché mai e poi mai un uomo sarebbe entrato in una profumeria – riservata alle donne – per non incorrere in maldicenze. Si vendevano pure – certamente sino agli anni ’70 – i soldatini di piombo, vera passione per bambini che così emulavano gesta di eroi guerrieri e per i papà divenuti collezionisti di eserciti per nulla pericolosi ma che potevano giustificare qualunque guerra sotto qualsivoglia bandiera.

Oggi, articoli introvabili, ci riportano alla memoria ingenuità trascorse, avventure sognate, esplorazioni di terre lontane di un soldatino del Texas, a cavallo del suo destriero, alto nei suoi 10 cm o poco meno, ma che portava lungo praterie sconfinate segnate nel solco della più fervida immaginazione.

E che dire del ”piccolo boss” del quartiere, personaggio folcloristico, come lo definisce Riggio e ci racconta che indossava il cappello per venire in negozio, ordinava dei sigari e, al momento della scelta, lasciava cadere dentro le pieghe dell’ ombrello che portava al braccio, tanto in inverno quanto in estate – suscitando l’ingenua curiosità dell’impiegata – qualche sigaro. E il nonno tollerava quei “vizietto” … Allora non c’era ancora l’illuminazione pubblica e la luce veniva diffusa, fioca, dai fanali a gas. All’imbrunire, spesso, si presentava un avventore, batteva la moneta sul tavolo e in cambio chiedeva un “toscano”. Al momento di prendere il denaro, nonno Giulio non riusciva a trovarlo e ne dava la colpa al buio. Messo al corrente del ripetersi dell’accaduto un amico, una sera questi, all’arrivo del “furbetto” si nascose e si accorse che ai momento di girarsi del tabaccaio per prendere il sigaro, l’avventore riprendeva, nascondendo la in bocca, la moneta. A quel punto l’amico, con un colpetto sulla nuca, faceva fuoriuscire la moneta, svelando così il trucco truffaldino.

Oggi la tabaccheria Riggio mantiene ancora quel “sapore d’antico” caro ai suoi vecchi come ai nuovi proprietari, pur trattando prodotti di pregiata e artigianale fattura e preferendo tra i suoi articoli quelli dedicati al fumo: sigarette, sigari, pipe, bocchini e accessori vari non disdegnando pelletterie e oggetti di pregiata cancelleria.

Ma il motivo conduttore della storia, di ieri come quella di oggi, corre sempre sul filo sottile disegnato da una romantica e senza tempo spirale di fumo.