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Io lavoro in casa. Un po’ perché ho la fortuna di vivere in un ampio appartamento in città, ma soprattutto perché amo considerare il laboratorio come un’estensione degli spazi che abito quotidianamente.

Buona parte della mia attrezzatura è stata costruita espressamente per il lavoro sulle pipe. In questo, l’attività di un pipemaker si distingue da quello di molti altri artigiani. Ad esempio, se è vero che l’uso del disco abrasivo è comune praticamente a tutti, ognuno adatta l’attrezzo al proprio modo di lavorare. Così, visitando le botteghe di diversi pipemakers non si troverà mai un platorello uguale. Grandi o piccoli, con dado di tenuta centrale o con velcro, in alluminio o in acciaio, ognuno lavora meglio col proprio strumento, costruito per la propria mano. Viene da pensare al filosofo Kant, quando scrisse: “la mano è la finestra della mente”. In effetti, ogni disco darà un risultato diverso a seconda di chi lo usa. E’ una delle alchimie del lavoro manuale, ciò che rende il prodotto finale veramente unico.

Ma per arrivare a sentire che l’attrezzo scelto è un’estensione della nostra mano, la strada è lunga. Il primo legittimo istinto è quello di seguire le indicazioni di chi ne sa più di noi. Ciò porta a una falsa sicurezza: se utilizzo lo stesso strumento del mio maestro sarà più facile ottenere buoni risultati. Ma quando i risultati non arrivano, si passa allo sconforto: la pipa che ho tra le mani non corrisponde al modello che ho in mente, non posso non riconoscere che commetto errori. E’ proprio su questo che si basa il processo di crescita: essere disposto a riconoscere l’errore e trovare in esso lo stimolo a cercare la soluzione. Prima o poi, la curiosità sincera e appassionata porterà inevitabilmente a capire dove abbiamo sbagliato e ciò, nel tempo, aumenterà la fiducia nella nostra abilità. Si potrebbe dire che la tecnica si sviluppi grazie alla costante dialettica tra il modo corretto di fare una cosa e la disponibilità a sperimentare l’errore. Scopriremo presto che, nella maggior parte dei casi, l’errore sta nel voler applicare metodologie o usare attrezzi non adatti alla nostra mano, cioè alla nostra mente. Questo è ciò che insegna un buon maestro al suo allievo: impara la tecnica di base e trova la tua strada.

Il mio laboratorio occupa una superficie di 16 mq, sufficiente a muoversi con disinvoltura tra la macchine, la polvere di legno e una scrivania autocostruita ispirata a quella di Tom Eltang. D’altra parte, la mia esperienza mi ha indotto a ritenere che, per costruire buone pipe, non servono grandi spazi quanto piuttosto entusiasmo, buone attrezzature e qualche anno di apprendistato.
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