LE ULTIME SCOPERTE SCIENTIFICHE SULL’ERICA ARBOREA

Come ho avuto modo di sottolineare nell’articolo di quattro anni fa Il ciocco di radica: inusuali approfondimenti, gli unici lavori scientifici sull’Erica arborea in relazione alla costruzione di pipe sono del periodo coloniale, e non è un caso che siano stati scritti da italiani e francesi, i più interessati a incrementare la produzione di ciocchi allo scopo di alimentare le nascenti industrie di pipe.

A tal proposito, Auguste Chevalier scriveva nel 1927: nella sola Francia, la fabbricazione di queste pipe impiega 10.000 lavoratori e una città del Giura, Saint-Claude, è occupata quasi tutto l’anno da questo tipo d’industria.

Questi studi, condotti soprattutto nelle colonie di Algeria, Tunisia ed Eritrea, riguardavano la struttura macro e microscopica del ciocco, ipotesi sulla sua probabile origine e prove di resistenza al calore, senza però riuscire a dare risposte certe e definitive sulla sua natura.

Tra gli anni ‘80 e ‘90, la ricerca si è limitata ad approfondire quanto emerso dai lavori precedenti utilizzando strumentazioni più moderne come, per esempio, lo studio di Tsoupis ed altri dell’Università Aristoteliana di Tassaloniki, che chiarì come la resistenza al calore della radica di erica non era sicuramente dovuta all’alto contenuto di silicio, come invece si era pensato fino ad allora. Tsoupis dovette comunque limitarsi a fare delle ipotesi alternative senza produrre alcuna prova sperimentale sulla causa delle proprietà ignifughe della radica.

Finalmente sappiamo cos’è il ciocco

Oggi, a causa dei disastrosi cambiamenti climatici in atto, la ricerca internazionale ha cominciato ad interessarsi alle piante resistenti agli incendi, tra queste l’Erica arborea.

Gli studi su queste piante, capaci di vegetare nuovamente dopo un incendio, hanno rivelato che la loro peculiarità risiede in una struttura collocata tra il fusto e le radici, ricchissima di amidi e gemme. Questa struttura viene denominata LIGNOTUBER e in Italia è presente in 14 specie tipiche della macchia mediterranea, tra cui l’Erica arborea.

Lignotuber di Erica arborea

D’altra parte, tutti gli autori che avevano affrontato lo studio dell’Erica a. avevano compreso che l’origine del ciocco era dovuta ad una reazione della pianta ad attacchi alla sua parte aerea (incendi, insetti, pascolamento), ma solo adesso sappiamo che questa reazione non è di tipo contingente (ora e qui) bensì genetica.

La vera novità, scrivono alcuni ricercatori dell’Univesità del Cile, è che tutte le 14 specie studiate nel Mediterraneo che presentano lignotuber sono provenienti da discendenze con origini risalenti al Terziario e quindi antecedenti al clima mediterraneo. (…) i lignotuber hanno numerose gemme protette da squame ipertrofiche, e hanno uno xilema contorto contenente abbondante amido. Ciò può voler dire che le specie lignotuberose possono essere considerate esempi di piante che si sono adattate alla gran quantità di incendi naturali che si sono verificati in tutto il Terziario e Quaternario (oggi riuniti sotto la definizione di Cenozoico, che copre l’arco di tempo tra 65 milioni di anni fa ad oggi).

L’Erica arborea, insomma, ha “imparato” a difendersi dal fuoco milioni di anni fa, quando il clima sulla terra era infuocato, formando un lignotuber al colletto della pianta che le permettesse di ricrescere ad ogni nuovo passaggio del fuoco.

I funghi amici delle Ericacee

Due ricercatrici dell’Università Rhodesiana hanno voluto approfondire i meccanismi nutrizionali dell’Ericacee per capire come riescano a sopravvivere in ambienti così poveri di nutrienti.

Della simbiosi tra funghi e radici si era già a conoscenza. Oggi però sappiamo che le ericaceae si associano per la loro sopravvivenza ai cosiddetti funghi micorrizici ericoidi (ERM), un nutrito gruppo che comprende: Meliniomyces sp.Acremonium implicatumLeohumicola sp.Cryptosporiopsis ericaOidiodendron maius e un fungo Helotales non ancora identificato. Essi secernono enzimi e metaboliti secondari che sono capaci di degradare polimeri organici come chitina, proteine, acidi nucleici e lignina, rendendoli facilmente assimilabili. Tutto ciò spiega perché l’erica riesce a crescere in ambienti così ostili per altre piante.

Infine, un po’ di storia sulla nascita della pipa di erica

Riporto qui, a titolo di curiosità storica, un brano dell’articolo di Auguste Chevalier già citato, pubblicato, lo ricordo, nel 1927:

Come pipe in materiale legnoso, per molto tempo in Europa sono state utilizzate esclusivamente pipe in legno di ciliegio (Cerasus avium L.). Nei Vosgi e nella Foresta Nera esistono ancora fabbriche di pipe in legno di ciliegio.

Secondo M.V. DAVIN, vicedirettore onorario dell’Orto botanico di Marsiglia, l’industria delle pipe di erica iniziò intorno al 1850 a Saint-Paul-de-Fenouillet, nei Pirenei orientali. Fu importata dieci anni dopo nel Var, da M. VASSAS senior, di Marsiglia; da lì questa industria passò all’Italia. La ditta Vassas iniziò nel 1906 a sfruttare l’erica in Algeria e Tunisia, e sappiamo che questa azienda produce ancora grandi quantità di abbozzi ogni anno.

Fino al 1906 lo sfruttamento dell’erica per la fabbricazione di pipe era in qualche modo monopolizzato dall’Italia (Sanremo, Toscana, Calabria, Sicilia). Attualmente (…), la produzione dell’Algeria settentrionale francese supera di gran lunga quella dell’Italia.

Il legno d’erica presenta per la fabbricazione di pipe qualità che fino ad oggi non si trovavano in nessun’altra specie. Queste qualità sono un’altissima incombustibilità, la neutralità dell’odore, il bel colore bruno-ribes, infine una grana finissima che ricorda il bosso e che, alla lucidatura, da risultati eccezionali.

Gioacchino Sauro – agosto 2022

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Bibliografia 

  • Auguste Chevalier – Note sur l’Erica arborea et sur l’empoli de ses souches dans la fabrication des pipes In: Revue de botanique appliquée et d’agriculture coloniale, 7ᵉ année, bulletin n°74, octobre 1927. pp. 649-656.
  • Raffaele Cormio – Monografia sui ciocchi di erica arborea di Eritrea e Calabria – Ricerche sperimentali e applicative per accrescere la resistenza del ciocco di erica arborea di Eritrea alla combustione del tabacco – In: L’ingegnere, n. 8, agosto 1943.
  • Raffaele Cormio – Monografia sui ciocchi di erica arborea di Eritrea e Calabria – Ricerche sperimentali e applicative per accrescere la resistenza del ciocco di erica arborea di Eritrea alla combustione del tabacco – In: L’ingegnere, n. 9, settembre 1943.
  • Daniel Alexandrian – Une ètude sur la bruyère arborescente puor la fabrication des pipes – Ingénieur civil des Forêts – Aix-en-Provence Cedex. In: Foret mediterraneenne, t. IV. n 1. 1982.
  • G. Tsoumis, N. Kezos, I. Fanariotou, E. Voulgaridis e C. Passalis – Characteristic of briarwood. Department of forestry and natural environment, Aristotelian University – Tassaloniki – Grecia. In: Holforshung vol. 42, n. 2 1988.
  • D. Chiatante – Architettura del fusto e della radice: nuove ipotesi sullo sviluppo delle radici degli alberi. In: Informatore Botanico Italiano, 37 (2) 1059-1087, 2005.
  • T. La Mantia, G. Giaimi, D. S. La Mela Veca, S. Pasta. The role of traditional Erica arborea L. management practices in maintaining northeastern Sicily’s cultural landscape. Dipartimento di Colture Arboree, University of Palermo. Science Direct 8 May 2007.
  • Rab. Slavko Govorčin, Tomislav Sinković, Tomislav Sedlar, Bogoslav Šefc, Iva Ištok. Properties of trunk and briarwood of tree heath (Erica arborea L.) from island. In: Hardwood Science and Technology”- The 5th Conference on Hardwood Research and Utilisation in Europe 2012.
  • Christine Bizabani, Joanna Felicity Dames – Assimilation of organic and inorganic nutrients by Erica root fungi from the fynbos ecosystem. Department of Biochemistry and Microbiology, Rhodes University, South Africa. In: Fungal Biology, November 2015.
  • Susana Paula, Paulette I. Naulin, Cristian Arce, Consttanza Galaz & Juli G. Pausas. Lignotubers in Mediterranean basin plants. Universidad Austral de Chile. In: Plant Ecology, June 2016.
  • Juli G. Pausas, Byron B. Lamont, Susana Paula, Beatriz Appezzato-da- Gloria and Alessandra Fidelis – Unearthing belowground bud banks in fire-prone ecosystems. In New Phytologist 2018.
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